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Dottoressa, appurato che ogni relazione è a sé stante, la rottura resta comunque un dolore?

Certamente, la fine di un amore è un lutto che deve essere rielaborato anche perchè la persona amata continua a vivere, indipendentemente da noi e magari la si vede perché dall’unione sono nati dei figli.
Nessuno di noi è stato educato a come lasciare perché quandosi inizia una convivenza, un matrimonio ma anche una semplice relazione ci si aspetta che l’amore duri per sempre. Molti non sanno come interrompere una relazione per cui mettono in atto una serie di strategie, negando la realtà per non far soffrire l’altro, ma poi inevitabilmente la realtà viene a galla. Oppure si assiste al fenomeno del ghosting quando la persona sparisce senza dare spiegazioni. In entrambi i casi, si aumenta la sofferenza di colui che viene lasciato.
Sarebbe opportuno essere chiari e sinceri, dando una spiegazione realistica che favorirebbe l’elaborazione di un lutto.

Lasciare o essere lasciati è la stessa cosa, chi sta meglio?

Anche qui dipende dalle situazioni. Chi lascia si assume la responsabilità di aver voluto chiudere una relazione e potrebbe sentirsi in colpa o pentirsi in un futuro. Chi è lasciato soffre di più perché pensa di aver sbagliato qualcosa e di non valere abbastanza.
Chissà perché deve esserci sempre un colpevole, secondo i dettami della nostra cultura.
Non si prende nemmeno in considerazione che l’amore può semplicemente finire.

Non è forse il recupero della propria identità il passaggio successivo più doloroso?

Certamente, ma anche in questo caso dipende da molti fattori:
il primo è l’autonomia. Se la persona abbandonata è stata autonoma, ha mantenuto le sue amicizie, i suoi hobby e non si è chiusa nella relazione, sicuramente soffrirà di meno e si riprenderà più facilmente.
Il secondo è il sostegno degli amici e della famiglia che non deve essere dato per scontato. E’ chiaro che se la situazione viene affrontata con il sostegno di persone case, si allevia il dolore.
Il terzo è come è finita la relazione. Se la persona è stata tradita, ingannata o non le è stata data una spiegazione chiara, soffrirà oltre al dolore dell’abbandono quello del tradimento.

Dire addio ad una persona senza soffrire si può, se si come?

Evitare la sofferenza è impossibile. Se però si arriva gradualmente, con un dialogo sincero e con lealtà alla separazione è più facile in un futuro salvare un rapporto che non sarà più di amore sarà almeno di amicizia, soprattutto se ci sono figli.

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E’ possibile provare un sentimento di tale portata per un umano? Credo che per arrivare al nocciolo basti una sola parola: innamoramento. In questo lasso di tempo la coppia si ama incondizionatamente, dona tutto all’altro e prova delle emozioni fortissime. Questo primo stadio meraviglioso dell’amore spiega, secondo me, il significato di amore incondizionato. Per gli umano è raro che si protragga a lungo, si può trasformare in qualcosa di diverso, ma non sarà mai lo stesso dell’inizio. Con un animale, con un cucciolo di cane per esempio questo non accade, quell’innamoramento durerà per sempre. Ne parlo con la dottoressa psicologa e psicoterapeuta Maria Cristina Strocchi di Vicenza.

Molti preferiscono un cane ad una persona, sono in pericolo le relazioni umane?

No, non sono in pericolo, piuttosto sembra che siano sempre più complesse.
Con le persone ti devi misurare, con un animale no. La scelta di avere un cane porta moltissimi benefici, in primis il suo amore incondizionato: puoi essere ricco o povero, bello o brutto, triste o allegro lui ti ama per quello che sei e questo è vero amore. Un cane supera un’altra barriera che pare sia accentuata nella nostra cultura, sto parlando del contrasto fisico: Le persone si abbracciano poco, hanno paura di essere toccate e i rari momenti in cui avviene è nell’intimità. Se fossimo a conoscenza dei vantaggi psicofisici dell’abbraccio ne gioveremmo tutti: Ecco perché il cane riesce a superare anche questi blocchi che invece riserviamo ai nostri simili.

Quali sono i vantaggi dell’abbraccio?

Innanzitutto viene eccitata l’ossitocina e quindi la persona aumenta la sua energia vitale, toglie il senso di frustrazione che la vita nella società attuale spesso causa per la difficoltà dei rapporti interpersonali, scarica quindi lo stress e l’ansia, rafforza l’autostima perché la persona si sente amata, libera la doparmina e la serotonina che sono i neurotrasmettitori del benessere, permette di affrontare il dolore e di comunicare le emozioni, migliora il sistema immunitario. Direi che è sufficiente, che ne dite?

Ne deduco che la pet therapy sia la soluzione di molti problemi affettivi

La pet therapy che letteralmente significa “terapia dell’animale da affezione” sfrutta gli effetti positivi che derivano dalla vicinanza di un animale ad una persona. La sintonia che si instaura nel rapporto stimola l’attivazione emozionale e offre l’opportunità di aprirsi ad esperienze uniche. Il cane, in questo caso come ho già detto, non giudica, non ti rifiuta mai, egli si dona totalmente e si aspetta solo di essere amato, nulla di più. Quanti sono i sorrisi che un cucciolo ruba ad un bambino, ad un anziano o ad un malato? Non essendoci pregiudizi l’autostima aumenta e questa compagnia ha effetti positivi sull’ansia, rallenta il battito cardiaco, calano le paure.

Cosa cambia in un bambino che si approccia con un cucciolo di cane?

L’apprendimento all’educazione emotiva per esempio. Si crea una consapevolezza automatica e istintiva del rispetto, del donare amore e dell’imparare a prendersi curda di qualcuno diverso da te. Prenderlo in braccio, fargli carezze, portarlo a fare una passeggiata induce il bambino ad avere attenzione, contatto fisico e maturità emotiva.
Aumenta anche la capacità di osservazione, durante la passeggiata il bambino deve stare attento a tante cose: che cosa si ferma ad annusare, quale erba mangi, l’incontro con un altro simile, le auto, i bisogni, tutto contribuisce a rendere più responsabile il bambino delle sue azioni.
In conclusione, è l’amore la forza vitale che permette di continuare a vivere. La vita senza amore è respirare, non vivere.

 

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Cosa porta i giovanissimi a cercare prove per superare i limiti fino a provocarsi anche la morte?

L’adolescenza è un momento molto difficile della vita, fatto di cambiamenti a 360°. Si attraversano molte crisi: di identità, affettive, di valori, incertezze sul futuro che, se vogliamo proprio dire, non è molto roseo. Ovunque si parla di crisi di lavoro, di difficoltà per i giovani di trovare una professione a tempo indeterminato, paure per attacchi terroristici, difficoltà e crisi di coppia.
A questo si aggiungono le difficoltà familiari con un numero sempre maggiore di genitori separati, magari in conflitto tra di loro, poco dialogo nelle famiglie sia per le molte cose da fare per “mantenersi a galla” economicamente sia perché gli adulti sono presi dai social, da internet e cellulari.
Ed ecco la solitudine, la voglia di trasgredire, di mettersi alla prova per dimostrare a se stessi di essere qualcuno, di diventare protagonisti.
Ho chiesto a molti miei pazienti adolescenti se i loro genitori o insegnanti favoriscono il dialogo anche su questi temi così importanti. Mi è stato detto che i genitori a volte ne parlano ma gli insegnanti si limitano alle materie di studio. Finché anche i docenti ed il sistema scolastico non apriranno ai temi sociali e la considerazione dello studente come “essere umano e non come essere a cui dare un voto” non se ne verrà fuori.

La rete e i social, che ci rendono connessi ogni momento, non ci fanno sentire paradossalmente più soli e cosa modificano nella naturale propensione alla ribellione adolescenziale?

I social sono come una vetrina in cui la persona parla di sé e più facilmente diventa vittima di personaggi negativi che spiano le difficoltà altrui, sapendo poi manipolare le menti più fragili. Pochi si rendono conto che non sempre dietro ci sono persone buone o che comunque tutto ciò che scrivono o pubblicano rimane per sempre nel web. Quindi c’è sempre più solitudine, meno dialogo, meno rapporti umani profondi e molta apparenza, terreno fertile per la tristezza e il senso di vuoto nelle relazioni.

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Intervista con Maria Cristina Strocchi, psicoterapeuta e co-autrice di Come liberarsi della dipendenza affettiva in 5 mosse, un libro scritto a sei mani, che spiega come smascherare e prendere le distanze dai manipolatori affettivi

Come liberarsi della dipendenza affettiva in 5 mosse, il libro

Gli inglesi la chiamano love addiction un termine che identifica una relazione di coppia tossica, autodistruttiva ed altamente insoddisfacente dalla quale, tuttavia, le persone coinvolte non riescono a sganciarsi. La letteratura evidenzia come le vittime sono nella maggior parte dei casi donne, con un’età variabile dalla prima adultità (20-26 anni) fino al raggiungimento dell’età pienamente adulta (oltre i 50). Chi ne soffre tende a legarsi a uomini o donne sfuggenti, anaffettivi, ambivalenti, ai quali si chiedono attenzioni e conferme pur sapendo che non sono intenzionati a darle.

L’idea di fondo di queste persone è di non essere in grado di vivere da sole, in totale autonomia, perché non pensano di poter fronteggiare gli eventi che la vita pone loro davanti

commenta la Dott.ssa Maria Cristina Strocchi, psicoterapeuta a indirizzo cognitivo comportamentale e co-autrice del libro Come liberarsi dalla dipendenza affettiva in 5 mosse  (ed. Il Punto d’Incontro) un pratico manuale di self-help che fa luce su questo fenomeno.

Insieme all’esperta cerchiamo di capire meglio le sue dinamiche e come uscirne.

La nostra intervista a Maria Cristina Strocchi, psicoterapeuta

Cosa si intende per dipendenza affettiva?

E’ una delle tante forme di dipendenza come può essere da droga, da alcol, da lavoro e da shopping. La differenza, in questo caso, consiste nel riferirsi a una persona che diventa l’unica ragione di vita, una vera e propria ossessione. La vittima fa di tutto per compiacere l’altro e sentirsi apprezzata, ma lo sforzo sembra non essere mai abbastanza e cela sempre un senso di frustrazione.

Chi sono le persone maggiormente predisposte e quali sono le cause?

Come spesso accade, le cause vanno ricercate nell’infanzia. Sia la vittima che l’altra persona, chiamata dominatore o dominatrice, da bambini non hanno ricevuto una soddisfacente quantità di amore, attenzione, gratificazione, comprensione, sostegno nelle difficoltà, dialogo e ascolto da parte dei genitori. La frustrazione di questi bisogni primari li ha resi adulti con grandi problemi di autostima.

Si tratta, in sostanza, di uomini e donne che nelle relazioni applicano uno schema disfunzionale, che può portarli ad essere vittima e, quindi, a trovare una persona che confermi il loro non valore, oppure a passare dalla parte opposta e cercare di dominare per sancire il proprio potere. In sostanza, la causa del problema è la stessa ma la manifestazione può essere opposta e, in alcuni casi, invertirsi nell’arco della storia perché entrambi sono intrappolati nella “danza della dipendenza”.

Quali sono le caratteristiche della “danza della dipendenza”?

Come in ogni danza che si rispetti ci sono dei rituali e i protagonisti hanno ruoli ben definiti: la persona che domina tende a presentarsi nel migliore dei modi e ad intercettare qualcuno in difficoltà, nei confronti del quale assume il ruolo di “salvatore”. Una volta individuata e agganciata la vittima, ecco che inizia la danza: il dominatore diventa immotivatamente geloso, irascibile, svaluta la vittima, il suo lavoro, i suoi hobby, i suoi amici.

La vittima, in genere una persona insicura e bisognosa di affetto, inizialmente pensa di aver trovato un porto sicuro ma poi inizia a isolarsi e star male. Nei casi più gravi manifesta sintomi di ansiaattacchi di panico, disturbi del sonno, del comportamento alimentare e apatia. Succede però che, ad un certo punto, la vittima decida di ribellarsi perché il malessere è talmente forte da indurla a lasciare il suo persecutore. In questo caso bisogna essere cauti perché la reazione di chi viene lasciato potrebbe essere violenta.

Qual è il modo corretto per liberarsi dalla dipendenza affettiva?

Il primo passo consiste nel riconoscersi vittime di una dipendenza e comprendere che il problema sta nella relazione e non in sé stessi. E’ fondamentale non negare il problema per paura, vergogna e senso di colpa, perché spesso, dal momento che nessuno vuole considerarsi vittima, si tende a non  riconoscersi in pericolo sottovalutando il rischio e favorendo così l’autore. Come seconda mossa consiglio di lasciarsi nel migliore dei modi possibile, senza creare ulteriori danni col dominatore. Trattandosi di casi obiettivamente difficili, è consigliabile rivolgersi a uno psicoterapeuta che saprà dare suggerimenti utili per chiudere la relazione. A questo punto è fondamentale recuperare l’autostima.

Nel libro ci sono consigli ed esercizi pratici che insegnano quali sono i diritti affermativi e universali di ogni essere umano. Il quarto e il quinto passo consistono rispettivamente nell’accettare, gestire e comunicare correttamente le proprie emozioni ed esprimere i propri bisogni e necessità per difendersi dalla prepotenza altrui. Anche in questo caso, il lettore viene guidato verso il cambiamento tramite una serie di esempi ed esercitazioni.

(Fonte articolo: pianetadonna.it)

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Sembra ormai lontano il tempo in cui una stretta di mano e una passeggiata potevano essere il preludio di una conoscenza, contatti diretti che offrivano centinaia di opzioni all’incontro e anche se deludenti erano vissuti in prima persona.
Oggi ci si innamora via etere. Ci si può davvero fidare di un complimento virtuale e innamorarsi perdutamente? Ne parlo con la dottoressa Maria Cristina Strocchi, psicologa, psicoterapeuta e criminologa clinica.

(Articolo a cura di Stefania Zilio, clicca QUI per scaricare il pdf)

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Di resilienza ne abbiamo sentito parlare, ma abbiamo capito che cos’è? La psicologia ha iniziato a studiare questa nuova forma di essere necessaria nella vita di ogni persona se non vuole sentirsi uno sconfitto. Nel corso dell’ esistenza, a qualsiasi età, possiamo subire dei lutti emotivi, perdite, abbandoni, ansie e paure, tutti sentimenti che mettono alla prova la nostra capacità di reazione, di tenacia e di sforzo emotivo. Non esiste una persona più brava di un’altra per farcela, esiste una capacità di fronteggiare in modo positivo ogni ostacolo che si presenta. Scopriamo assieme alla dottoressa Maria Cristina Strocchi, psicologa e psicoterapeuta come sviluppare queste capacità.

Chi sono le persone resilienti?

Sono persone che difronte alle circostanze avverse riescono a superarle dando un nuovo volto alla propria esistenza e raggiungendo anche contro ogni previsione obiettivi importanti.

Può essere definita anche forza di volontà?

Non direi nel senso stretto del termine. La forza di volontà l’abbiamo ogni giorno ognuno di noi in diversi ambiti, per esempio, una mamma che si alza un’ora prima per preparare la colazione ai figli anche se potrebbe dormire di più, è spinta da una forza di volontà. Come durante una dieta l’evitare di sgarrare è sostenuto dalla forza di volontà. Ed esempi come questi ne potremmo fare a iosa. E’ presente insomma all’inizio di una meta, ne siamo provvisti quasi involontariamente. La resilienza invece giunge durante il percorso, quando nel conseguimento dell’obiettivo trovi paletti, freni, no ripetuti, interruzioni, stress, contrattempi. Devi avere resilienza per superare gli imprevisti o dopo aver ricevuto l’ennesima batosta, quando cadendo ti fai forza e ti rialzi, magari per la centesima volta.

La resilienza può arrivare da un incentivo esterno?

No, anche se può dare frutti a breve termine. Perché la resilienza abbia un valore deve partire da noi stessi, da dentro di noi cercando di allenare le nostre forze interiori, fidandoci di chi siamo e del nostro potenziale. Non esiste una persona nata per avere successo, esistono impegno , credo, costanza e sacrificio.

Se credo di avere un talento e non riesco ad arrivare al successo come devo fare?

Non aver paura di fallire è la prima regola, dobbiamo continuare a sforzarci di raggiungere ciò che ci siamo prefissati. Se una persona ha un talento non è scontato che abbia successo ai primi risultati positivi, possono sopraggiungere degli ostacoli, se si abbatte perde resilienza e fallisce inevitabilmente. La capacità sta nel valutare l’ostacolo che si è presentato, capire quale lezione mi sta insegnando, dove sto sbagliando e correggere il tiro come si dice, non certo abbandonare. Non dobbiamo mai lasciarci sconfiggere dal pessimismo, dalle credenze fasulle che la nostra mente produce, per esempio di non essere in grado di farcela perché ci sono altri migliori di noi.

Mi fa un esempio concreto su come superare un ostacolo?

Proviamo a farci sempre questa domanda : “ Che cosa c’è di buono in quello che mi sta succedendo?” Può apparire banale, ma provate a farlo e vedrete i risultati.

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