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Basta poco per cadere nella rete della Love Addiction. Che suona romantica, ma non lo è. Così come non è amore. Ecco come uscirne

Ha tanti volti, spesso opposti la Love Addiction. Ha quello di Sara, 25 anni e una trentina di “affaire” intensi e passionali alle spalle. «Ero un vampiro emotivo. Puntavo un tizio, meglio se sposato, e lo seducevo. E una volta assorbita tutta l’eccitazione possibile, passavo al successivo». Ma il volto della Love Addiction è anche quello di Anna, 16 anni e un ragazzino possessivo e sospettoso. «Facevo la doccia con l’iPhone cellophanato al braccio per essere sempre disponibile», dice.

La Love Addiction è come una droga

L’Università di Oxford ha descritto pochi mesi fa quello che succede nel cervello di persone come Sara e Anna. Ma anche in quello di chi si manda sms con il cellulare dell’ex per accusarlo di stalking, o mette mano a Tinder, perché “basta un ping per andare su di giri”.

E i risultati del neuroimaging (tecnologie che misurano il metabolismo cerebrale) sono stati chiari: dopamina alle stelle, euforia, attivazione del sistema di ricompensa che porta a ritornare compulsivamente al punto di partenza, mancanza di appagamento duraturo. Chimicamente parlando, la Love Addiction è in tutto simile alle droghe.

Ma è una malattia?

Nessuno chiama ancora “malattia” il bisogno dell’altro per dare un senso alla propria esistenza. O l’incapacità di sciogliersi da un giogo affettivo che fa soffrire, la ricerca della relazione a prescindere. Anche perché tutto questo, se limitato nel tempo, fa parte del viaggio sulle montagne russe che spesso è l’inizio di un amore.


Dodici mesi di delirio sono il massimo tempo consentito secondo Michel Reynaud, psichiatra e presidente di Fonds Actions Addictions, in Francia. Dopo un anno, è lecito parlare di Love Addiction. E cioè di una relazione tossica che ha un impatto negativo sulla salute emotiva, mentale e fisica. Che il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali dell’American Psychiatrists Association ora annovera tra le “nuove dipendenze” (come quella per il sesso e per internet, a cui è legata). E specifica: “va curata”.

Alla perdita si preferisce l’annientamento

Perché la dipendenza affettiva dei semplici dongiovanni, innamorati dell’amore e in perenne ricerca della “ricompensa” psicologica attraverso la conquista, è un problema più individuale che sociale. Infatti lascia al massimo una serie di cuori infranti sul suo cammino). Ma la patologia che affligge individui apparentemente fedeli e dedicati, che mettono l’altro davanti a tutto e a tutti, può avere invece ricadute pesantissime. Nei casi più estremi, chi ne è affetto preferisce l’annientamento alla perdita del partner.

I pensieri tossici

«È un fenomeno vecchio come il mondo (il nec sine te nec tecum vivere possum di Ovidio)», dice Maria Cristina Strocchi, autrice di Come liberarsi della dipendenza affettiva in 5 mosse (ed. Il Punto d’Incontro). «Ma si è intensificato da quando viviamo in un mondo che predica il perfezionismo. Quello del corpo, della mente e del sentimento, con la glorificazione della felicità e della passione romantica. Un mondo che ha orrore dell’errore, anche attraverso le interpretazioni più estremiste e moraliste dei credo, religiosi in primis. E soprattutto da quando su questo terreno si è innestata una tecnologia che permette il confronto e il controllo sulle vite altruiin modo pervasivo e costante». I pensieri tossici, oggi, nascono più in fretta. Perché quello che un tempo poteva fare solo James Bond – localizzare una persona in un nanosecondo, vedere cosa fa in diretta – è ora appannaggio di chiunque.

Tutti possono diventare love addicts

La maggior parte degli studi sulla Love Addiction dicono che a soffrire di questa condizione sono spesso persone che hanno subito traumi e abusi infantili. «Nella mia esperienza, però», continua Strocchi, «vedo che basta un momento di fragilità per far cadere persone con una storia personale sana nella rete della dipendenza affettiva. Non importa quanto bene inserite socialmente e professionalmente di successo siano. Perché la Love Addiction è una conseguenza della mancanza di autostima, cronica ma anche temporanea. Basta il lavoro che manca all’improvviso, la fine di un amore, una crisi esistenziale che mette tutto in discussione. Il primo campanello d’allarme deve suonare quando ci si rende conto di delegare all’esterno la possibilità di essere felici e di sentirsi capaci».

La danza della dipendenza

Con una metafora forse non a caso romantica, Stocchi descrive la Love Addiction come una danza. In questo movimento ritmico i due ballerini – una vittima e un carnefice, con ruoli spesso intercambiabili – sono incatenati. «Questo ballo inizia come un lento, ma diventa sempre più vorticoso. Se uno dei due non si svincola, rimane obbligato a tenersi sempre più stretto all’altro. La pista da ballo, nel frattempo, progressivamente si svuota, rendendo la dipendenza inestricabile. È un percorso d’amore malato, che porta grossi problemi fisici e psicologici per entrambi. Siano essi partner ma anche genitori o figli. Nelle situazioni più estreme, la vittima arriva a crisi di ansia, disturbi del sonno e dell’alimentazione, fino a depressione e suicidio. Il carnefice a episodi di violenza psico-fisica, violenza domestica, stalking e omicidio. E sappiamo come questi ultimi siano in aumento».

La Love Addiction tra gli adolescenti

I ragazzini sono particolarmente a rischio. Per ragioni fisiologiche innanzi tutto, come spiega Berit Brogaard, neuroscienziata dell’Università di Miami . «Il nucleo caudale è una componente sottocorticale del telencefalo che regola il sistema di ricompensa. In questo periodo della vita è molto più reattivo che negli adulti. E poiché è provato che l’innamoramento ha, a livello fisiologico, un effetto molto simile a quello provocato dalla cocaina, è ovvio che gli adolescenti siano a rischio di Love Addiction».

«L’amore è difficilmente definibile, ma di certo comprende l’atto di gioire della felicità dell’altro anche quando non ne siamo parte»

Il ruolo della tecnologia

Ma i teen di oggi sono anche la prima generazione che gestisce le proprie relazioni attraverso la comunicazione digitale. «La dipendenza, in amore, è una fase normale dell’innamoramento, è bellissimo quando si pensa “senza di te non respiro”» dice la dottoressa Silvia Sabattini. Psicologa e psicoterapeuta, Sabattini gestisce il punto di ascolto Free Entry di Carpi per giovani dai 14 ai 24 anni, e si occupa di problematiche legate alla gestione degli affetti nei ragazzini. «Ma l’accesso virtuale alla vita dell’altro fa superare il limite del rispetto e confonde con “amore” ciò che è già un presupposto di violenza: controllo, ricatto emotivo, attenzione totalizzante. Mi confronto quotidianamente con casi di relazioni disfunzionali. E so per certo che le Storie su Instagram o Snapchat hanno esasperato il desiderio di controllo, l’insicurezza, e la paranoia del tradimento. L’offerta di osservare in tempo reale cosa fa l’altro è difficile da resistere».

Lo smart phone è un problema anche per gli adulti

Del resto, continua Sabattini, «l’immaturità, nell’uso della tecnologia, è dilagante anche tra gli adulti. Che sono spesso in balia di emozioni simili a quelle degli adolescenti, e hanno a loro volta l’illusione di poter controllare l’altro. Quello che Gustavo Pietropolli Charmet ha detto a proposito degli adolescenti, che sono presenti fisicamente ma mentalmente altrove, è vero anche per molti adulti».

«Serve un’educazione sentimentale»

Che cosa serve, allora, per aiutare le persone a trovare un equilibrio nelle relazioni? «Casi patologici a parte, e qui penso a chi viene da un passato traumatico di abbandono e abusi, e dunque ha senz’altro bisogno di un trattamento psicologico, penso che serva un’educazione sentimentale, per giovani e adulti», risponde Maria Cristina Strocchi (che tiene lezioni gratuite sulla sua pagina Facebook). «La società si è evoluta ma spesso il nostro vero sentire è ancora prigioniero di stereotipi antichi. Penso alla frustrazione dell’uomo che guadagna meno della donna, o del ragazzino che dà fuori di matto se lei si fa un selfie con un altro. Insegnare l’autostima è il primo passo».

Amare non è gestire l’altro

Sabattini concorda sulla necessità di un’educazione sentimentale, soprattutto per imparare a gestire l’esigenza di “dirigere” l’altro. «L’amore è difficilmente definibile, ma di certo comprende l’atto di gioire della felicità dell’altro anche quando non ne siamo parte. Invece spesso vedo una prepotenza che restringe il campo d’azione dell’altro. Quando si è in una relazione, a qualsiasi età, occorre guardarsi dentro costantemente. Un po’ di dolore, in amore, è normale, ma la direzione dovrebbe essere quella dell’elevarsi insieme, migliorarsi, stare bene. Per guadagnare questa distanza e vedersi “dall’alto”, è utile ascoltare chi dice che la relazione ci sta cambiando. E parlare con qualcuno di esterno: lo psicologo, certo, ma anche il classico sconosciuto sul treno. Perché è solo allargando il proprio orizzonte che si riuscirà a prendere la decisione di fermare una relazione tossica».

Articolo di Laura Traldi – http://www.designatlarge.it
Foto di Oliver Elliot – http://www.oliverelliot.com

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